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Mercoledì, 10 Agosto 2022
Coronavirus

Coronavirus, dopo quanto ci si può riammalare? Lo spiega Bassetti

L'infettivologo genovese fa il punto alla luce delle ultime varianti e dell'andamento della pandemia, spiegando che ci si può reinfettare, "ma mai in forma più grave della prima volta"

Quanto tempo può trascorrere tra la prima e la seconda infezione da covid-19? "Non c'è un tempo minimo sotto il quale non ci si possa reinfettare - spiega Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova - può accadere anche nel giro di poche settimane, un mese".

Quali accorgimenti utilizzare, allora, in queste settimane di vacanze, magari in luoghi all'aperto ma comunque affollati? "A mio parere, gli accorgimenti da utilizzare oggi non riguardano il dove, ma su chi usarli - chiarisce l'infettivologo -. Nei luoghi affollati o all'aperto, se sei un soggetto sano, puoi non utilizzare nulla, come fa tutto il mondo. Se invece sei una persona anziana o fragile, in alcuni contesti devi metterti la mascherina".

"Al momento - aggiunge il direttore delle Malattie infettive del San Martino di Genova - sono negli Stati Uniti e qui nessuno indossa la mascherina, nessuno parla di covid o di reinfezioni, sono usciti da un problema che ormai viene considerato come tanti altri. Spero che anche l'Italia voglia maturare su questo e non essere più l'unico Paese al mondo che parla sempre e solo di covid".

Quanto infine alle raccomandazioni di indossare la mascherina anche in spiaggia, Bassetti commenta: "Quelli che raccomandano di indossare la mascherina in spiaggia sono più beoti di quelli che se la mettono. Probabilmente sono medici che non hanno mai fatto i medici e non hanno alcuna praticità con questo mestiere", conclude.

Con il virus Sars-Cov-2 "ci si reinfetta molto più frequentemente del 12% (dato fornito dall'ultimo report dell'IStituto superiore di sanità, ndr), probabilmente una persona su quattro se non addirittura una su tre penso possa reinfettarsi, ma mai in forma più grave della prima volta - prosegue l'infettivologo, interpellato dalla Dire -. Sono molteplici ormai i lavori, il più recente è svedese, dai quali emerge che grazie alle cellule T, le cellule di memoria, si arriva a una copertura dalle forme gravi di malattia fino a due anni dalla prima infezione. Quindi, non so bene che senso abbia continuare a comunicare le reinfezioni, visto che nella seconda occasione si ha una forma di malattia molto meno grave. Serve solo a generare terrore che ritengo non faccia bene a nessuno".

"Credo che il dato fornito dall'Istituto superiore di sanità sulle reinfezioni non serva a nessuno - aggiunge -. Lo dico perché intanto è un dato sottostimato, comunque non veritiero, perché buona parte delle infezioni, secondo me fino a 3/4 dei casi, non viene catturata dal sistema di sorveglianza dell'Iss. Inoltre, siamo di fronte a un'infezione che è molto diversa da quella del 2020: oggi, infatti, la malattia è molto più gestibile, trattabile e curabile a casa propria. Quindi, tutti questi report dell'Istituto superiore di sanità non so quanto senso abbiano, siamo rimasti tra i pochi Paesi al mondo a effettuarli".

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