Nel centro storico "già zona rossa", la protesta della ristoratrice: «Chiudiamo da soli, il take away non serve a nulla»

Jessica Musumeci è la titolare di Patalin, un piccolo ristorante aperto ai Macelli di Soziglia: ha deciso di scioperare per una settimana per protestare contro «le conseguenze che le norme avranno sui vicoli»

Il nuovo dpcm, e il “gioco dei colori” delle zone, come lo chiama lei, l’ha chiusa a metà (insieme a moltissimi suoi colleghi) Jessica Musumeci, però ha deciso di fare un passo avanti e chiudere del tutto, uno sciopero di una settimana per protestare contro le conseguenze che questo “lockdown soft”, con relative mezze aperture, produrrà sul centro storici già difficilissima per natura.

Jessica è la titolare di Patalin, un piccolo ristorante del centro storico che offre un menù che ruota intorno alle patate: un'idea che la 36enne genovese ha portato avanti da sola, mettendoci cuore e anima: «Il mio non è sicuramente uno dei casi più disperati - spiega a GenovaToday - La mia è un’attività piccola, lavoro e gestisco tutto da sola. Però, tolto il lato emozionale che è venuto a mancare, perché non c’è quello scambio coi clienti che fa parte del mestiere e che in emergenza sanitaria diventa un capriccio, ho paura delle conseguenze di ciò che sta accadendo».

Nel centro storico, infatti, si paga ancora più cara la chiusura al pubblico di bar e ristoranti che fungevano anche da presidio per il territorio. Con i locali chiusi, unica concessione il take-away sino alle 18 e le consegne a domicilio sino alle 22, si spengono le luci, e i vicoli, così fragili e così complessi, finiscono per svuotarsi.

«Io nel centro storico ci vivo e ci lavoro, e mi ritrovo ad avere paura ad andarmene a casa: alle cinque del pomeriggio sembrano già le 11 di sera. Ognuno ha la propria realtà, ma siamo tutti d’accordo nel dire che se il commercio fa un passo indietro il degrado ne fa sette avanti. Piangiamo non tanto per ciò che sta accadendo ora, ma per la situazione che si presenterà davanti quando torneremo alla normalità: dobbiamo prevenire gli effetti collaterali e siamo appena in tempo».

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Musumeciu ripete quello che molti altri commercianti del centro storico hanno già detto: «Ci sentiamo abbandonati, soli. E la sensazione non riguarda soltanto la situazione attuale: l’associazionismo sta facendo un grande lavoro, ma non ci sono le norme giuste. Bisogna incoraggiare l’insediamento di attività sane, positive, che invoglierebbero le persone a fare una passeggiata nei vicoli, a viverli. Io ho clienti anziani che non vanno più a comprare alla Maddalena perché hanno paura».

Lavorare ai Macelli di Soziglia, per Jessica, è stata una scelta di cuore: «Per me rappresentano l’essenza del centro storico, la prostituta che aspetta i clienti e la signora della Genova bene che fa la spesa fianco a fianco - sorride - è una via romantica, nel vero senso della parola, e da me viene l’avvocato e viene l’operaio, mangiano tutti la stessa cosa allo stesso bancone. È questa l’essenza del mio mestiere, ed è per questo che il take away non è sufficiente: ho chiuso 5 giorni per far capire cosa significa l’assenza totale di attività in una zona come questa».

L’iniziativa del Patalin ha ottenuto l’appoggio di tante altre realtà e cittadini del centro storico. Jessica tornerà ad aprire, ma la speranza è che «anche se piccola, il mio gesto possa significare qualcosa. Vorremmo tornare a lavorare come a settembre: con limitazioni e restrizioni, ma aperti al pubblico, visto che ci siamo impegnati moltissimo nell’adottare le norme anti contagio. E poi bisogna semplificare la burocrazia e l’informazione, ogni settimana c’è il gioco dei colori tra zone rosse, arancione, gialle, e si capisce poco. I clienti sono confusi, noi siamo confusi: bisogna preparasi al futuro, ridare colore attraverso l’arte e le attività positive. È importante capire che noi dovremo fare i conti con le conseguenze di quanto sta accadendo per un tempo molto più lungo della pandemia».

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