Centro storico deserto, col nuovo dpcm si spegne anche l'aperitivo: «È un disastro»

Dalle 18 del primo venerdì in cui è in vigore il dpcm del 24 ottobre, i vicoli tornano indietro di 8 mesi: solo asporto e in giro pochissime persone

Spettrale. E non per Halloween, cancellato anche lui con un colpo di spugna dalle ordinanza anti coronavirus emesse a raffica per evitare che giovani e meno giovani, bambini e famiglie escano di casa in costume per un drink o un “dolcetto o scherzetto”, ma per un dpcm che costringe bar, ristoranti, gelaterie, pub ad abbassare la saracinesca a mezz’asta alle 18, a far alzare i clienti dai tavoli, e guardare il telefono nella speranza di una telefonata per un ordine da asporto.

Il centro storico di Genova, tanto bello quanto fragile, il primo venerdì in cui è in vigore il dpcm che impone le chiusure calata la sera è deserto. Ad attraversare piazza delle Erbe, via San Bernardo, via dei Giustiniani, via Ravecca, Sarzano, via San Lorenzo soltanto chi torna a casa, e i rider delle consegne che pedalano sulle biciclette per raggiugnere la destinazione degli ordini. Tanti, tantissimi hanno scelto di tenere chiuso e di rinunciare anche all’asporto, chi ci spera resta sulla soglia dove è appeso il cartello “dalle 18 solo asporto” e scruta sconsolato i vicoli vuoti. 

«È un disastro - ammette Mario data sua friggitoria di via Ravecca - sta andando malissimo, non è solo un problema di asporto, è che le persone non circolano. Ormai qui nel centro storico è un mese che siamo stati banditi. Sono stati dati segnali di pericolo, e la gente ha paura a venire: chi era abituato a venire, sedersi, consumare un aperitivo ora non c’è più». 

Giorgio e la moglie, titolari di una pizzeria, sono sconfitti: «Abbiamo provato a cambiare l’orario di lavoro, teniamo aperto dalle 11 alle 18 nella speranza di aumentare l’incasso, ma serve a poco. La situazione è disastrosa, ma non possiamo fare altro che adeguarsi».

Ai Giardini Luzzati, uno dei luoghi più allegri, luminosi e rumorosi del centro storico, i cancelli si chiudono alle 18 in punto e chi era rimasto seduto al tavolino si alza, un po’ sconcertato, ricordando il coprifuoco. In piazza delle Erbe solo sedie impilate e tavolini accostati, tutti i locali affacciati chiusi, scenario identico in via San Bernardo e in via San Lorenzo. 

«Non siamo ai livelli del lockdown, ma il flusso di richieste per l'asporto c'è - spiega Matteo Zedda, presidente del Civ di Sant'Agostino e titolare di un ristorante e di una pizzeria in vico del Fico - Non so come andrà. Abbiamo comunque organizzato a Sarzano la nuova edizione di Tartufando, la tre giorni dedicata al tartufo. Sarà tutto all'aperto e non dopo le 18, ci proviamo».

Alle 22 non c’è ormai quasi più nessuno che torna a casa e anche i rider hanno finito le consegne. Soltanto il presidio (massiccio) delle forze dell’ordine anima piazza Matteotti, in Sottoripa e al Porto Antico domina il silenzio, persino Via San Luca e via del Campo sono insolitamente silenziosi e deserti. E allo sconforto e al senso di sconfitta si aggiunge anche la paura di attraversarli, questi vicoli in cui si sente solo l’eco dei propri passi, perché chiudendo i locali si spengono tutti i presidi che tenevano viva e luminosa la città vecchia. Della movida “fracassona”, quella che negli anni ha disturbato il sonno, fatto arrabbiare, provocato, resta solo un ricordo ormai lontano, e il pensiero torna, malinconico, a quando era quello, il problema da risolvere.

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