Curiosità: quando in via Garibaldi c'erano le case chiuse

La zona era delimitata da cancelli, e la prostituzione era regolamentata come qualsiasi altro mestiere

Se torniamo indietro nel tempo e ci fermiamo a qualche secolo fa, scopriamo che via Garibaldi un tempo aveva la fama di essere una delle principali strade in cui trovare case chiuse in cui le prostitute ricevevano i loro clienti. 

Non si chiamava ancora via Garibaldi bensì via Montalbano, era delimitata da cancelli, e la prostituzione, essendo attività a scopo di lucro, era regolamentata come qualsiasi altro mestiere: la zona era appaltata e le prostitute, per poter esercitare la loro professione, pagavano circa 5 genovini al giorno.

Le "graziose", per utilizzare un termine caro a De André, avevano un giorno della settimana libero (e la domenica potevano andare a messa, vestite di giallo), portinai nei palazzi che vegliavano su di loro e impedivano l'ingresso ai violenti. Se qualche cliente faceva loro del male, era obbligato a risarcirle con una diaria. Il tempo della prestazione era regolato con le tacche su una candela, per questo le prostitute ai tempi venivano chiamate anche "donne delle candele".

Poi che cosa accadde? Nel '500 la zona venne riqualificata con i palazzi dei nobili genovesi che svettano ancora oggi in via Garibaldi, in tutto il loro splendore. E dunque le prostitute si spostarono sempre nel centro storico, ma più vicine al mare, nella zona della Maddalena e dintorni.

Successivamente, con Cavour, venne promulgata una legge speciale che riguardava proprio le case di tolleranza, obbligandole ad avere vetri oscurati. Dall'800 in poi sorsero dunque altri tipi di case chiuse, molti dei quali rimasero in attività fino all'entrata in vigore della legge Merlin nel 1958. Tra le più famose, quella del "soffitto viola" che, si dice, ispirò Gino Paoli quando compose la celebre canzone "Il cielo in una stanza"

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