Stefano Boschetti: la carne e altri discorsi

Morire, dormire.
Dormire, forse sognare.

William Shakespeare

La carne come rivisitazione di un topos figurativo rappresenta per Stefano Boschetti il punto di partenza da cui deriva un immaginario allusivo sull’autenticità dell’essere e sull’equilibrio funambolico vivere-morire. È una sensazione primitiva e istintuale associare la carne alla morte e, per rimando, alla percezione che anche noi siamo fatti di carne e, come tali, soggetti alla stessa sorte delle bestie da macello. È la morte dentro la vita, un tema che serpeggia con levità anche negli altri soggetti trattati e che riconduce al dramma latente della sofferenza collettiva.

Pur nell’assenza immediata di narrativa, la natura morta diventa un frammento di vita alienata, un emblema della condizione umana caratterizzata dall’assillante interrogativo sul senso dell’esistenza e sull’incombenza della morte, attivando così una sequenza di associazioni contenutistiche e visive.

Il tema della rappresentazione della carne vanta precedenti illustri da Rembrandt a Soutine, da Guttuso a Cassinari o Bacon, ma, se da un lato appare un’operazione provocatoria, dall’altra Boschetti sceglie di sdrammatizzarne la dolorosa concretezza, attribuendo alle sue opere titoli ironici che riconducano il soggetto rappresentato ad una dimensione quotidiana, di semplice registrazione oggettiva.

L’artista si attiene alla verosimiglianza restando nei confini della pittura figurativa, di cui però travalica la misura, anche dal punto di vista del significante: il soggetto è portato in primo piano fino al limite della visione macroscopica, quasi come se l’artista volesse destabilizzarne la logica ed immediata identificazione. La sua smette di essere “rappresentazione” per diventare intuizione di quella crudele consapevolezza da cui solitamente - in una società edonista come la nostra, che tende a rimuovere ogni sgradevolezza ed ogni accenno al dolore dell’esistenza - si distoglie lo sguardo.

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