Vivere sotto il viadotto Bisagno: «Come andare in guerra, dobbiamo uscire con l'elmetto»

Chiara Ottonello abita in salita delle Gavette. Martedì sera ha assistito a una tragedia sfiorata, quando un vicino ha evitato per un pelo il disco di un flessibile in caduta libera dal sovrastante ponte: «Siamo esausti, ci sentiamo costantemente in pericolo»

«Per noi uscire di casa è come andare in guerra, dovremmo indossare l’elmetto». Chiara Ottonello abita in salita delle Gavette, ed è una dei tanti residenti della val Bisagno che ormai da oltre un anno osserva con paura il viadotto che scorre sopra la sua testa, il ponte dell’A12 che prende il nome dalla vallata e da cui, ormai a cadenza quasi quotidiana, cadono detriti più o meno grandi. Nella migliore delle ipotesi in strada o nei giardini dei palazzi sottostanti, nella peggiore - che per pura fortuna non si è ancora concretizzata - addosso a chi si ritrova a passare per la creuza.

L’ultima tragedia sfiorata risale a lunedì sera, quando la lama di un flessibile, un disco di metallo di diversi centimetri di diametro, parecchio pesante, è crollato dal viadotto Bisagno precipitando sulle scale dove pochi istanti prima stava passando un uomo che stava portando fuori i cani: «Ci siamo affacciati, io e i miei vicini, perché abbiamo sentito un forte rumore metallico e poi le urla spaventate dell’uomo - racconta Chiara - È stato solo un caso che non lo abbia presi in testa o non abbia preso i cani. Se lo avesse colpito sicuramente sarebbe rimasto gravemente ferito, se non peggio».

Il disco, come accertato dalla polizia Stradale, intervenuta su richiesta di Vigili del fuoco e polizia Locale, è caduto dal cantiere che Autostrade per l’Italia ha aperto proprio per portare a termine gli interventi di manutenzione del viadotto Bisagno, finito anche nelle carte dell’inchiesta nata dalla costola del crollo del ponte Morandi e che coinvolge la rete autostradale ligure. Un episodio che ha spinto anche Autostrade a prendere provvedimenti, con la convocazione dell'azienda per appurare quanto accaduto: «Il contratto è stato rescisso immediatamente - fanno sapere da Aspi - abbiamo accertato che si è trattato di un errore umano e le maestranze sono state subito allontantate, con affidamento del nuovo incarico in via d'urgenza».

Sorvegliato speciale in queste settimane in cui il Fado e il Pecetti, sull’A26, sono stati parzialmente chiusi per criticità strutturali su richiesta della procura, il Bisagno, con il Sori, il Nervi e il Veilino, è uno dei quattro viadotti “gemelli” dell’A12 su cui la procura ha puntato i fari. Ma gli abitanti delle Gavette da tempo sono a conoscenza del suo stato, e sono ormai abituati a camminare con il naso all’insù per schivare eventuali proiettili, raccogliendo poi calcinacci, parti metalliche e da qualche tempo anche chiodi e «un sacco di roba che non troveresti neanche in ferramenta - sorride amara Chiara - Ormai è diventata prassi settimanale, se non giornaliera: stamattina sono salita sul tetto del mio palazzo e ho trovato diverse pietre, il mio vicino ha trovato in giardino una matassa di filo di ferro piuttosto pesante, lunedì è caduto un grosso chiodo e ovviamente il disco del flessibile, la cosa più grave».

Chiara è una dei residenti che ha contattato Autostrade per segnalare la situazione, raccogliendo l’invito che stessa azienda aveva fatto ai cittadini in seguito alla manifestazione di protesta organizzata in val Bisagno lo scorso settembre: «Ho chiesto che, quando gli operai sono sul ponte, ci sia personale sotto, che blocchi il passaggio a tutela dei residenti - conferma Ottonello - Mi hanno detto che avrebbero sensibilizzato subito gli operai, ma questo è successo ormai oltre un mese fa e nessun provvedimento è stato preso».

«Da quando è crollato il ponte Morandi, e dopo tutto quello che è successo sulle autostrade liguri nelle ultime settimane, per noi è impossibile stare tranquilli. Ciò che ci lascia attoniti - conclude Chiara amareggiata - è che se non lavorano al ponte crollano calcinacci e altre parti, se ci lavorano crollano gli attrezzi che gli operai usano in cantiere. Siamo esausti, snervati, percepiamo un continuo pericolo e non ci sentiamo mai sicuri».

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