Alluvione 2011, Marta Vincenzi «più attenta ai fotografi che ai cittadini»

A distanza di tre mesi dalla condanna a 5 anni, arrivano le motivazioni della sentenza: l'ex sindaca «non ha mai mostrato compassione per le vittime e i familiari»

«Priva di compassione» per le vittime e i familiari, più attenta ai fotografi che alla tragedia in atto: a distanza di tre mesi dalla lettura della sentenza, arrivano le 600 pagine in cui il giudice del tribunale di Genova, Arianna Petri, motiva la condanna a 5 anni nei confronti dell’ex sindaca di Genova, Marta Vincenzi, in relazioni alle 6 morti causate dalla tragica alluvione del 4 novembre 2011.

Il giudizio è durissimo, e non lascia margine di dubbio. Per i giudici la responsabilità della Vincenzi va ricercata innanzitutto nel modo in cui lei e gli altri imputati condannati (l’assessore alla Protezione civile Francesco Scidone e i dirigenti comunali Gianfranco Delponte, Pierpaolo Cha e Sandro Gambelli ) si preparano e poi affrontarono a una situazione potenzialmente esplosiva: senza prendere alcuna precauzione, né stabilire misure di prevenzione, come dimostra la mancata chiusura delle scuole, interpretando «i segnali di pericolo in arrivo solo a beneficio della sua giunta e mettendo in secondo piano la sicurezza dei cittadini. Se le scuole fossero state chiuse - sottolineano i giudici - almeno 5 vittime su 6 sarebbero vive».

Nessuno, scrivono ancora i giudici, la mattina del 4 novembre 2011 restò a coordinare le operazioni dalla sala della Protezione Civile, in primis la Vincenzi, che «pur essendo il capo della Protezione Civile, ha ritenuto prioritario chiudere i lavori del convegno Eurocities, pronunciando una prolusione di pochi minuti, e prestandosi a comparire in fotografie promozionali con gli sponsor»,

A inasprire ulteriormente il giudizio, l’atteggiamento tenuto dalla Vincenzi per l’intera durata del processo, senza mai offrire una scusa, né somme di denaro in risarcimento: «Di fronte al dolore dei parenti delle vittime, gli imputati non hanno mostrato alcuna compassione per le sofferenze provocate a causa dei comportamenti gravemente imprudenti e negligenti seguiti alle scelte da loro compiute, nell’esercizio delle loro funzioni ed incarichi di garanti della protezione civile comunale».

Vincenzi, dal canto suo, ha etichettato la sentenza come un «giudizio morale” che non c’entra con la responsabilità penale, rinnovando l’intenzione di ricorrere in appello: «Non è ancora finita - aveva detto lo scorso novembre uscendo dall’aula - per fortuna in questo Paese ci sono tre gradi di giudizio»

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