Omicidio di Lumarzo, perizia psichiatrica per il nipote. Le intercettazioni che l'hanno incastrato

Detenuto in isolamento nel carcere di Marassi, Claudio Borgarelli sarebbe "provato" dalla lontananza dai suoi boschi e dalla sua casa. Altri dettagli emergono intanto sui suoi soliloqui: ecco l'audio

«Chi si mette lì, si costruisce una casa in un posto del genere, si tira su tutto… poi arriva uno e ti piglia quello che ti fai»: si potrebbe riassumere in questa frase, una delle tante pronunciate da Claudio Borgarelli nei giorni successivi all’omicidio del 68enne Albano Crocco, tra le mura di casa sua o durante gli spostamenti in auto per andare al lavoro, il movente che l’ha spinto ad accanirsi contro suo zio. A inseguirlo nel bosco armato di pistola e machete, a sparagli due colpi alla schiena e poi a tagliargli la testa, a legare il suo corpo senza vita con una corda per trascinarlo in un dirupo. Tutto a pochi metri da casa sua, e dalla fine del sentiero che per l’infermiere 55enne era diventata un’ossessione.

Nessuno doveva passare su quel sentiero, invadere quell’angolo di natura incontaminata che Borgarelli si era ricavato tra i boschi di Craviasco, piccola frazione di Lumarzo, in val Fontanabuona. Neppure lo zio, con cui da tempo i rapporti si erano ormai rovinati proprio a causa della sua abitudine di sfruttare la strada per raggiungere il limitare del bosco e lo spiazzo davanti casa del nipote per parcheggiare l’auto. Borgarelli aveva addirittura messo dei paletti, che stando a quanto ha raccontato al gip Paola Faggioni e al pm Silvio Franz durante l’interrogatorio e la confessione, avvenuti in carcere a tre giorni dal suo arresto, Crocco avrebbe spostato per passare più agevolmente con la macchina. La goccia cha avrebbe fatto traboccare il vaso, ha spiegato tra le lacrime il suo killer: «Abbiamo discusso ancora una volta per il sentiero, lui mi ha insultato, e io non ci ho visto più».

VIDEO: Le confessioni di Borgarelli fissate su nastro: ecco l''audio

I sospetti dei carabinieri del Nucleo Investigativo e Operativo di Genova, che hanno lavorato al caso per due settimane insieme con i colleghi di Chiavari, si erano subito concentrati su Borgarelli: la sua villetta e la sua auto erano state passate al setaccio, armi e abiti sequestati, ed erano anche state piazzate delle cimici. Che hanno raccolto la prima confessione, parole che scorrevano a fiume nei giorni successivi all’atroce delitto, vaniloqui che hanno il sapore della giustificazione: «Fare quello che ho fatto… uccidere», è solo uno degli soliloqui di Borgarelli, e ancora «è anche giusto che faccia così (riferendosi alla collaborazione con le forze dell’ordine, ndr), tanto l’ho ammazzato», e «chi semina vento raccoglie tempesta».

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Un volto nascosto che Borgarelli si guardava bene dal mostrare in pubblico, ma che usciva allo scoperto nella sicurezza della propria casa o dell’auto, parole che non hanno fatto altro che confermare i sospetti degli investigatori e convinto il gip a firmare l’ordinanza di custodia cautelare nel carcere di Marassi. Dove oggi è detenuto nel carcere di Marassi, in isolamento, provato dalla lontananza dalla sua casa e dai suoi boschi, in attesa di incontrare lo psichiatra che, su richiesta del suo avvocato Antonio Rubino, dovrebbe visitarlo nei prossimi giorni per stilare una perizia psichiatrica e stabilire se, al momento dell’omicidio, era capace di intendere e di volere.

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