Omicidio Di Maria, pena ridotta in Appello per Vincenzo e Guido Morso

Guido Morso è stato condannato a 16 anni e 8 mesi di carcere e assolto dall'accusa di ricettazione (in primo grado era stato condannato a 21 anni e 5 mesi). Il padre, dai 19 anni del primo grado, è arrivato a 3 e otto mesi per il possesso della pistola

Appena pochi giorni fa, consultando la relazione della Direzione investigativa antimafia, veniva citato l'omicidio di Molassana, avvenuto il 17 settembre 2016, in cui perse la vita Davide Di Maria, in quanto coinvolti soggetti, legati alla criminalità organizzata.

Questa mattina è arrivata la sentenza di secondo grado per Guido Morso (ai domiciliari dal giugno 2018) e per il padre Vincenzo. Il primo è stato condannato a 16 anni e 8 mesi di carcere e assolto dall'accusa di ricettazione (in primo grado era stato condannato a 21 anni e 5 mesi), mentre suo padre è stato assolto per l'omicidio e condannato a 3 anni e 8 mesi per ricettazione e possesso di armi (in primo grado erano 19 anni).

Marco N'Diaye (detenuto in carcere con l'accusa di spaccio e possesso di armi), che in primo grado era stato condannato a 7 anni e 8 mesi per spaccio di droga e il possesso di una pistola, ha patteggiato 4 anni e 9 mesi.

Com'è morto Davide Di Maria

La tesi dell'accusa, sposata dai giudici, è che il pomeriggio del 17 settembre 2016 i due Morso siano arrivati nell'appartamento di Molassana in cui li attendevano Di Maria e gli amici Marco N'Diaye e Christian Beron già convinti che si trattasse di una trappola. Al centro delle tensioni, un debito di droga e l'intenzione, soprattutto da parte di N'Diaye, di “invadere” la piazza di spaccio dei Morso, come dimostrerebbe anche la rapina messa a segno il giorno prima della morte di Di Maria. Vittime due giovani genovesi “colpevoli” di non rifornirsi di droga da N'Diaye, presi di mira anche per recuperare la somma dovuta ai Morso.

L'incontro con padre e figlio sarebbe stato convocato, sulla carta, proprio per chiarire la situazione, anche se, stando alle ricostruzioni degli inquirenti, N'Diaye era deciso a tendere una trappola. Di cui i Morso sarebbero stati consapevoli.

«Volevano uccidere», aveva sostenuto durante il processo di primo grado il sostituto procuratore Alberto Landolfi (che aveva chiesto 19 anni per ciascuno) in aula, sottolineando che appena messo piede nell'abitazione Vincenzo Morso, armato, avrebbe estratto la pistola e sparato un colpo andato poi a conficcarsi in un mobiletto. L'arma si sarebbe quindi inceppata, e ne sarebbe nata una rissa: N'Diaye si sarebbe lanciato su Vincenzo Morso, e il figlio Guido, per difendere il padre, avrebbe estratto un coltello e colpito prima N’Diaye alle gambe e poi Di Maria allo stomaco con un fendente mortale.

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