Abbandono precoce della scuola, in Liguria il 16% dei ragazzi non si diploma

L'assessore alla Scuola del Comune di Genova Pino Boero lamenta l'assenza della Regione

Questa mattina si sono riunite, su richiesta del Movimento 5 stelle, le commissioni II (Pari opportunità e politiche femminili) e VII (Welfare) per parlare di dispersione scolastica

L'assessore alla Scuola Pino Boero, nella sua illustrazione del tema, ha lamentato l’assenza della Regione e l’interruzione della sua collaborazione, sul tema della dispersione scolastica, con il Comune. «Uno studio dell'Arsel, pubblicato a maggio - ha detto - indica nel 12% l’abbandono nell’età 18-24; il dato sulla scuola dell’obbligo, quello che più interessa il Comune perché più vicino alle sue competenze e utile per la prevenzione, non è disponibile a causa dell’interruzione della collaborazione con la Regione. Lo strumento dell’anagrafe scolastica esiste dal 2005, ma i comuni non possono accedervi. Stiamo superando il problema grazie al buon rapporto che il Comune ha con le scuole genovesi, che ci forniscono i dati che ci servono».

Ma l’opera della Regione - secondo il Comune - è fondamentale anche perché, mettendo a disposizione fondi, permette utili ed efficaci collaborazioni con il III settore, in interventi di rete che coinvolgono anche altre istituzioni, come le istituzioni scolastiche autonome e le biblioteche.

«In un quadro complessivamente regressivo – ha concluso l’assessore – il ministero, con un bando per le scuole aperte anche in orario extrascolastico, ha aperto nuove opportunità».

Riccardo Damasio, della Direzione scuola, sport e politiche giovanili, ha inquadrato più nel dettaglio l’argomento: per l’Europa dispersione è abbandono precoce della scuola; si contano cioè i ragazzi maggiori di 18 anni che non hanno un diploma. In un quadro di differenze tra nord e sud Italia, la Liguria, con il 16% di dispersione, è nella media delle regioni del nord. Ma il Comune deve concentrarsi, come ha fatto finora, sul tema della prevenzione. A tale fine è necessario pensare alla scuola come luogo aperto al contributo culturale di altri soggetti, tra cui il III settore.

Il Comune ha operato in questi anni per garantire l’accesso alla scuola a partire dall’asilo nido e dalla scuola dell’infanzia, caratterizzata, a Genova, da un livello di approfondimento didattico che non ha pari in Italia.

Sono importantissime le iniziative che, attraverso finanziamenti esterni, come nel caso della Compagnia di San Paolo, arricchiscono l’offerta educativa. Fondamentale è la mediazione interculturale per favorire l’inclusione, poiché risulta che già in seconda elementare i bambini stranieri, anche di seconda generazione, mostrino ritardi nell’apprendimento. Sono necessarie anche azioni d’intervento sul passaggio dal primo al secondo ciclo, che statisticamente risulta difficile.

Cristina Lodi (Pd) ha elogiato gli uffici comunali e ha illustrato il ruolo passato della Regione: «A cura del Comune si sono creati progetti in rete dal 2012, a partire da uno stanziamento di 1,5 milioni del fondo sociale europeo, destinati dalla Regione a tre bandi per progetti. Attraverso lo strumento della formazione professionale il ragazzo si riavvicinava agli studi; alcuni giovani, partendo da questi percorsi, sono arrivati alla laurea. Purtroppo l’impiego del fondo sociale europeo, per scelta di questa amministrazione regionale, è dimezzato, da 19 a 9 milioni». Sottolineando che «i fondi europei non sono della Regione, ma dell’Europa», Lodi ha sollecitato un ruolo politico del Comune nel pretendere che siano utilizzati.

Gianpaolo Malatesta (gruppo misto) ha detto che: «La dispersione produce disagio nel futuro ed è, nel presente, segnale di un disagio in atto. Investire su questo tema è il migliore investimento che la Regione possa fare. Da anni si sente parlare di anagrafe scolastica come strumento di controllo; bisogna spingere perché la Regione si impegni». Si può capire che per il politico sia più allettante la ricerca del consenso organizzato, quello di associazioni o di gruppi, rispetto all’impegno a favore di singoli cittadini e di singole famiglie, come in questo caso; ma l’impegno è doveroso farlo anche perché è utilissimo in prospettiva». Malatesta ha poi denunciato la distruzione in atto del servizio pubblico dei centri per l’impiego, che hanno avuto in passato un importante ruolo di orientamento e di supporto nella ricerca di lavoro, «allo scopo, probabilmente, di passare la competenza ai privati».

Paolo Putti (M5S) ha fatto notare come l’abbandono degli studi sia «uno dei primi momenti in cui un minore misura il mondo degli adulti. Molti sono i fattori di rischio a cui i ragazzi vanno incontro in seguito all’abbandono della scuola. Ovviamente intervenire sulla dispersione costituisce anche un risparmio economico rispetto agli interventi sui futuri fattori di rischio». A partire dal 2012, grazie all’interessamento della Regione, il terzo settore era intervenuto con buoni risultati e in alcune zone della città erano state avviate collaborazioni tra scuola e Ats. «Proprio in quel periodo – ha proseguito Putti – i centri per l’impiego segnalavano che ogni anno circa 400 ragazzi ne chiedevano l’intervento a causa di dispersione scolastica. Erano ragazzi su cui i centri, per competenza, non potevano intervenire. Adesso sono stati anche chiusi i centri provinciali di formazione professionale Spinelli e Trucco».

Barbara Comparini della lista Doria ha espresso il proprio disagio come cittadina ma anche come insegnante: «Oggi si tende a mettere da parte, a dimenticare, quello che è stato, le esperienze valide che ci sono. Il Miur non ci insegna niente, con questo bando per le scuole aperte, ma recupera parole ed esperienze che esistono da decenni, tra cui varie qui a Genova. Nel frattempo si mettono in competizione le scuole tra loro, con il sistema delle prove Invalsi, e nella scuola pubblica vengono a mancare esperienze importanti, corsi extra curricolari che adesso si delegano ad agenzie esterne. Nonostante l’impegno, si torna indietro su conquiste epocali: si pensi alla questione della ristorazione scolastica, alle famiglie che chiedono il panino: una rivoluzione al contrario. La Regione in passato ha anche fatto un buon lavoro di studio, intervistando i ragazzi che avevano abbandonato la scuola. Era risultato che avevano abbandonato per problemi di integrazione, perché percepivano lontananza dagli insegnanti e dai compagni». C’è poi, per Comparini, il ritorno al doposcuola, che è inteso come un doposcuola privato. «Ma noi un tempo avevamo affermato che il luogo dell’apprendimento è la scuola, non il doposcuola. Oggi, quando un ragazzo è in difficoltà, si ricorre alla soluzione semplice dei bes, bisogni educativi speciali, con cui un allievo non segue il percorso normale, ma è parcheggiato a fare dell’altro. La Regione ha il dovere di chiedere alle scuole di essere inclusive».

Clizia Nicolella della lista Doria ha chiesto alla commissione e al Comune di incalzare la Regione e ha proposto che la Commissione «elabori linee politiche, raccogliendo le competenze professionali trasversalmente presenti in commissione».

Marianna Pederzolli, lista Doria, ha fornito un dato statistico: «Stiamo parlando di quasi 3 milioni di ragazzi negli ultimi 15 anni» e ha dato un’indicazione di percorso: «come Comune dobbiamo cogliere l’opportunità dei 240 milioni del bando per le scuole aperte: il Comune deve mettersi a disposizione delle scuole per contribuire all’elaborazione di progetti».

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Le presidenti di commissione, Lodi e Pederzolli, si sono dette d’accordo per l’elaborazione di un documento che solleciti la Regione, il Miur e il governo. Per audire il terzo settore e i servizi sociali territoriali ci sarà una nuova commissione, poi un gruppo di consiglieri sarà incaricato di produrre, con la collaborazione degli uffici tecnici, un documento che solleciti la Regione per un rinnovato impegno e per la ripresa dei progetti di questi anni.

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