Mafia e agricoltura: Genova al secondo posto nella classifica nazionale

Dati preoccupanti nel rapporto #Agromafie2017 sulla criminalità nell'agricoltura e nel sistema agroalimentare nelle varie province d'Italia

Un dato allarmante per la città di Genova emerge dal quinto rapporto #Agromafie2017 elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e nel sistema agroalimentare  nel quale è stata calcolata l’intensità del fenomeno delle agromafie per provincia sulla base delle risultanze quantitative delle azioni di contrasto specifiche poste in essere dalle diverse Forze dell’ordine per questo particolare aspetto criminale. Genova, in questa speciale classifica si piazza incredibilmente al secondo posto dopo Reggio Calabria nella graduatoria delle province italiane rispetto all’estensione e all’intensità del fenomeno agromafia nel 2016, per i traffici finalizzati al ricco business del falso Made in Italy. Al terzo gradino del podio Verona.

L’indice dell'agromafia è stato calcolato come la combinazione lineare di alcune variabili criminali che si ritengono particolarmente significative per individuare la presenza delle organizzazioni nel territorio: variabili opportunamente indicizzate e con pesi diversi in funzione della loro correlazione ponderata con il particolare tipo di reato. Il quinto rapporto “Agromafie” sui crimini agroalimentari certifica che l’agroalimentare rappresenta un terreno privilegiato di investimento della malavita con un pericoloso impatto non solo sul tessuto economico ma anche sulla salute dei cittadini e sull’ambiente. I dati diffusi  hanno evidenziato che il volume d'affari complessivo annuale dell'agromafia è salito a 21,8 miliardi di euro, con un balzo del 30% nell’ultimo anno.

Dallo studio risulta come il porto di Genova sia una delle principali porte di ingresso delle merci destinate all’agroindustria, questo comporta con un tasso medio di crescita annua del fenomeno agromafie più alto che nelle altre provincie (1.82%contro 1% di crescita media italiana). Il transito delle merci adulterate riguarda in particolar modo la filiera di olio alimentare.
«Questo dato -  ha commentato  presidente di Coldiretti Liguria Gerolamo Calleri - ci spinge a chiedere con forza un controllo ancora più pregnante della filiera. Sul territorio ligure, così come nel resto d’Italia - continua Calleri - operano aziende serie che devono essere tutelate, così come devono essere tutelati i prodotti tipici di questa regione, come l’olio extravergine, eccellenza esportata e conosciuta  in tutto il mondo. Le nostre aziende - ha concluso Calleri - non possono competere con la concorrenza sleale frutto di azione di adulterazione e sofisticazione. Chiediamo maggiore trasparenza e chiarezza nell’etichettatura, per far comprende al consumatore da dove arriva il prodotto e il riconoscimento delle certificazioni DOP per i prodotti di punta, quali l’oliva Taggiasca».
Le mafie investono e si appropriano ha sottolineato la Coldiretti - di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta. Secondo il Rapporto Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare relativamente nuovo risulta, invece, essere l’interesse delle agromafie per le plastiche da confezionamento ed imballaggio, a testimonianza della pervasività del tessuto criminale in ogni stadio della filiera.

«La presenza di importanti città portuali nella top ten dei capoluoghi di provincia colpiti dal fenomeno delle Agromafie dimostra che tali infrastrutture costituiscono non solo un volàno per lo sviluppo economico del territorio circostante, ma anche una opportunità di crescita, approvvigionamento e distribuzione per le organizzazioni criminali», ha affermato il direttore Coldiretti Liguria Enzo Pagliano «bisogna fermare i traffici illeciti stringendo le maglie larghe della legislazione a partire dall’obbligo di indicare in etichetta la provenienza degli alimenti. Chiediamo – conclude Pagliano- che siano  resi  pubblici gli elenchi delle aziende che importano da paesi extracomunitari al fine di meglio garantire l’attività di controllo».

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Sul fronte della filiera agroalimentare le mafie, dopo aver ceduto in appalto ai manovali l’onere di organizzare e gestire il caporalato e altre numerose forme di sfruttamento, condizionano il mercato stabilendo i prezzi dei raccolti, gestendo i trasporti e lo smistamento, il controllo di intere catene di supermercati, l’esportazione del nostro vero o falso "Made in Italy", la creazione all’estero di centrali di produzione dell’Italian sounding e la creazione ex novo di reti di smercio al minuto.
Tra tutti i settori “agromafiosi” quello della ristorazione è forse il comparto più tradizionale e immediatamente percepito come tipico del fenomeno. In alcuni casi sono le stesse mafie a possedere addirittura franchising e dunque catene di ristoranti in varie città d’Italia e anche all’estero, forti dei capitali assicurati dai traffici illeciti collaterali. Il business dei profitti criminali reinvestiti nella ristorazione coinvolgerebbe oltre 5.000 locali, con una più capillare presenza a Roma, Milano e nelle grandi città. Attività “pulite” che si affiancano a quelle “sporche”, avvalendosi degli introiti delle seconde, assicurandosi così la possibilità di sopravvivere anche agli incerti andamenti del mercato e alle congiunture economiche sfavorevoli, ma anche di contare su un vantaggio rispetto alla concorrenza con la disponibilità di liquidità e la possibilità di espandere gli affari secondo il Rapporto Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare.
«Le agromafie vanno contrastate con la trasparenza e l’informazione dei cittadini che devono poter conoscere la storia del prodotto che arriva nel piatto” - ha affermato il presidente Coldiretti Liguria Gerolamo Calleri - nel sottolineare che “per l’alimentare occorre vigilare sul sottocosto e sui cibi low cost dietro i quali spesso si nascondono ricette modificate, l’uso di ingredienti di minore qualità o metodi di produzione alternativi se non l’illegalità o lo sfruttamento».

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