"Aiutiamoli a casa loro", don Martino contro il convegno della Lega a Tursi: è polemica

Don Giacomo Martino, responsabile dell'ufficio Migrantes della Curia di Genova: «Il titolo è evidentemente fazioso. Queste persone non si aiutano a casa loro con le “tavole rotonde” semplicemente perché una casa non ce l’hanno più».

Il convegno "Aiutiamoli a casa loro", organizzato dalla Lega a Palazzo Tursi nella giornata di giovedì 16 gennaio 2020, ha creato polemiche a Genova. Alla tavola rotonda moderata dal consigliere comunale Davide Rossi hanno partecipato gli assessori Stefano Garassino e Francesca Fassio, oltre a Lorella Fontana, capogruppo del Carroccio in consiglio comunale, ed esponenti di organizzazioni come ActionAid, ForumSad e ONG Reach Italia: Corrado Oppedisano, Marco De Ponte e Fabrizio Fratus.

Don Giacomo Martino: «Non posso tacere»

A fare da capofila alle voci contrarie ai concetti espressi all'interno del dibattito don Giacomo Martino, responsabile dell'ufficio Migrantes della Curia di Genova. Il prete genovese, da sempre noto per le sue battaglie in favore degli "ultimi", ha pubblicato un lungo post spiegando di "Non amare le polemiche" ma anche di " non poter più tacere", anche perché "Tra i relatori ho letto nomi di persone per le quali ho anche una stima personale".

«Titolo evidentemente fazioso»

«Il titolo è evidentemente fazioso - ha spiegato don Giacomo -. Rimane saldo il principio per cui ciascuno dovrebbe poter rimanere a casa sua, nel proprio paese senza dover scappare da guerre, disastri naturali, persecuzioni personali o di popoli per motivi politici, religiosi, culturali, scelta personale o, comunque, non poter condurre una vita dignitosa. Da decenni i missionari, religiosi e laici, le associazioni umanitarie e uomini e donne di buona volontà operano direttamente sui territori disastrati tentando di arginare l’egoismo dei potenti che, sfruttando risorse, persone e paure, creano condizioni di assoluta invivibilità. Dire semplicemente “aiutiamoli a casa loro” è invece uno “slogan brutale” che, dietro al “politically correct”, soffia sulle paure e sull’egoismo di ogni uomo e donna che, intimoriti, preferiscono “non sporcarsi le mani” e non vedere la grave ingiustizia mondiale. Queste persone non si aiutano a casa loro con “tavole rotonde” o discorsi pseudo-buonisti semplicemente perché una casa, questi, non ce l’hanno più».

«Basta proclami elettorali»

«Se davvero si volesse tentare di dare una risposta al problema delle ingiustizie mondiali per cui oltre 257 milioni di persone emigrano dal proprio paese il tavolo giusto è quello della Comunità Europea e quello mondiale dell’Onu e non quello del Salone di Rappresentanza di Tursi. I più grandi statisti e politici della storia mondiale ci insegnano che “governare una città” lo si fa partendo dalle fasce deboli, dalle periferie, dai malati, dai poveri e dai disadattati. Rendere “sicura” una città non lo si fa aumentando i poliziotti e i militari ma offrendo vera integrazione e dignità a quanti, da soli, non possono o non sanno ancora convivere nella società civile. I cosiddetti decreti Sicurezza hanno reso il nostro paese sempre più insicuro negando il diritto di tentare un’integrazione a quanti hanno dovuto lasciare “casa loro” anche per motivi non immediatamente legati alle categorie dello status di profugo o rifugiato. Motivi ugualmente gravi (...). Il titolo di questo incontro appare un accanimento su un’importante “leva comunicativa della paura” che, purtroppo, ha falsamente ottenuto e può continuare a riscuotere consensi elettorali da quanti, spaventati dalla falsa percezione dell’invasione, preferiscono che altri aiutino “queste persone a casa loro” (...). La conclamata invasione dello “straniero” diventa, nella percezione della gente, la realtà misconoscendo il diritto dei documenti, del lavoro e di ogni tentativo di reale integrazione. Ogni notte a Genova e in Italia decine di migliaia di “senza tetto stranieri” si aggiungono ai molti clochard già presenti sul territorio perché ridotti allo status di irregolari e senza possibilità di regolarizzazione. Questi sono i tempi in cui, anziché produrci in proclami elettorali, dobbiamo avere il coraggio di sederci ed affrontare insieme i veri problemi sociali di questa città, del nostro paese. Non è più il tempo delle grida e delle fiaccolate ma è tempo di rimboccarsi tutti le maniche senza distinzioni partitiche, sociali, culturali o religiose».

«La mia bandiera è il Vangelo»

«Non ho altre bandiere o parti da sostenere se non quella del Vangelo e della Chiesa che mi accoglie e mi sopporta - ha concluso don Giacomo Martino - . Un Vangelo che continua a darmi la direzione per incontrare il Signore Gesù non nei simboli della Croce o del Rosario ma in chi ha fame, in chi ha sete o è senza vestiti, o straniero o malato o in carcere. Incontro il mio Signore in chi non ha voce e, maldestramente, provo a prestargli la mia. (...) Credo nell’umanità, credo nella grande risorsa che ogni uomo e donna hanno e possono mettere a servizio degli altri senza più cedere alla paura. Aiutiamoli ... si, anche a casa nostra perché anche loro hanno il desiderio di aiutarci! Non alzo la voce, non grido perché cerco il dialogo. Sto al mio posto ma questo non significa che non posso gridare che il Re è nudo. Aiutiamoci a casa nostra».

Le voci dai Municipi

A raccogliere l'appello anche alcuni consiglieri municipali. Mariano Passeri, del Municipio Centro Ovest, ha aggiunto: «Che sia un argomento da trattare posso essere d'accordo, ma, possibile che non ci fosse altro titolo da dare rispetto ad "aiutiamoli a casa loro"? Il "concetto lega" porta temi difficili e importanti riducendo il tutto a stereotipi e preconcetti. Mi auguro che l'incontro sia realmente interessato a una possibile via per vivere al meglio l'immigrazione (io non parlo di problema, parlo di fenomeno ) ma tendo a dubitare fortemente, visto che, il nome scelto per questo incontro pubblico è squallido, e mi fa proprio male al cuore vedere al fianco il logo del Comune (seppure legittimo a livello di norme).

Sulla stessa lunghezza d'onda Luca Curtaz, consigliere del Municipio Centro Est: «Mentre tanti di noi si interrogano sull’inefficienza amministrativa delle giunte di centro destra del Comune e di diversi Municipi della nostra città, il gruppo consiliare della Lega Nord impegna le sue risorse per organizzare questo convegno patrocinato dal Comune di Genova dal titolo provocatorio. Il problema non è se aiutarli a casa loro, sono già in atto moltissimi progetti laici e religiosi di cooperazione e molti enti si adoperano con impegno per portare risorse e speranza in territori devastati da guerre e povertà e neppure chiudere i porti aggiungendo solo ingiustizia e sofferenza ad altra sofferenza ma la vera questione è come contrastare i fenomeni che creano disuguaglianza e sfruttamento e che generano questi flussi e come accogliere con dignità, con progetti di integrazione, creando opportunità di scambio e crescita per chi arriva e per chi accoglie. Le parole hanno un peso così come le azioni hanno un peso».

La replica della Lega

A replicare ai consiglieri municipali Davide Rossi della Lega, moderatore e organizzatore della "tavola rotonda": «Mi stupisco della superficialità di alcuni consiglieri municipali (ovviamente politicamente avversi) e non solo loro per la verità, che hanno bollato come come grave e inopportuno il convegno che come consigliere comunale, a nome del gruppo consiliare della Lega e del Dipartimento Sicurezza e Immigrazione ho organizzato con la collega Lorella Fontana. Ricordo a costoro, che avrebbero potuto liberamente partecipare e confrontarsi, a parer mio hanno perso un occasione di entrare nel merito della questione delle problematiche legate al tema dell’immigrazione con associazioni realmente esperte del settore che se ne occupano permanentemente in modo serio.
Il titolo “Aiutiamoli a casa loro” non era un mero slogan ma il modus operandi concreto di varie organizzazioni che operano nei paesi di provenienza nell’alveo della cooperazione internazionale. Chi critica a priori è peggio di chi vive di slogan vestendosi da finto buonista, sono quelli che non investono un euro al sostegno delle popolazioni in via di sviluppo nei paesi di partenza ma parlano a vanvera e spesso a sproposito, questo governo per altro come hanno testimoniato molti relatori che operano sul campo, è quello che ha tagliato di più sulla cooperazione internazionale alla faccia del buonismo da salotto».

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